La statua di Sant’Oronzo, una lunga storia

Uno dei simboli più emblematici della città di Lecce è la Statua di Sant’Oronzo che svetta
dall’alto della sua colonna nella piazza omonima nel centro della città.

La statua cambia casa

Ma da qualche giorno Piazza Sant’Oronzo è nuda perché la statua del santo è stata spostata per
poter proseguire adeguatamente il restauro. Per il momento la statua di Sant’Oronzo verrà accolta a
Palazzo Carafa, dove troverà ottima ospitalità. La problematica che ha reso necessario lo
spostamento dell’opera riguarda la statica del manufatto.
Infatti, la struttura portante in legno, armatura interna della statua perde consistenza, ne consegue la
necessità di lavori di consolidamento dell’ossatura interna.
La nuova collocazione permetterà, oltre allo svolgimento dei lavori necessari, un coinvolgimento
diretto dei cittadini, che potranno seguire da vicino le operazioni di restauro.

Sant’Oronzo patrono di Lecce

Perché per la cittadinanza Sant’Oronzo, protomartire divenuto protettore della città, intorno alla
metà del Seicento, in seguito ad un suo intervento miracoloso. Si racconta che nel 1656 una
tremenda epidemia di peste stesse devastando il Salento. I leccesi invocarono l’aiuto di
Sant’Oronzo. Il Santo bloccò la peste al di fuori di Lecce salvando la città di Lecce e le aree
limitrofe, tra cui Brindisi. Così infatti lo vediamo rappresentato nella bella tela di Giuseppe da
Brindisi collocata al centro del controsoffitto ligneo della Cattedrale di Lecce.

La storia della colonna

Ma è la storia che soggiace alla costruzione della statua e del piedistallo su cui poggia ad avere del
miracoloso.
Quando il miracolo della guarigione dalla peste fu in pieno attribuito al santo, si decise di costruirgli
un monumento degno del suo valore e l’allora sindaco di Brindisi Carlo Stea, in un momento di
esaltazione religiosa, decise di donare un prezioso piedistallo per la statua del Santo: il piedistallo in
questione sarebbe stato realizzato con i rocchi marmorei della colonna romana crollata il 1528.
L’idea dello Stea trovò fortemente discorde la cittadinanza, la quale, non voleva privarsi di quei
pezzi di cipollino, muti testimoni dell’antica grandezza della città di Brindisi. Quei blocchi
marmorei appartenevano ad una delle due colonne che Ferdinando d’Aragona volle persino
aggiungere allo stemma della città. Erano state per secoli a segnare il termine della Via Appia.
Il sentimento religioso che aveva animato il sindaco non bastava a contrastare il pur nobile
sentimento della conservazione dei monumenti patri. Infondo, pensavano i cittadini adirati, abbiamo
a disposizioni tanto marmo per costruire un sostegno ex novo che sia degno del santo e del suo
valore, perché utilizzare la colonna incriminata?

Brindisi vs Lecce

Insomma, Brindisi si oppose alla cessione della sua colonna, e per quattro anni vi furono lotte e
liti tra le due città.  Addirittura i sindaci che succedettero all’incauto donatore, si rifiutarono
cordialmente di ratificare quell’atto di cessione e, quando i leccesi si recavano a Brindisi per
prendere i pezzi della colonna ceduta loro, trovavano a respingerli non solo il popolo ma anche i
magistrati. Bisognò far intervenire il Vicerè per porre fine alla lotta intestina tra le due città vicine,
ordinando che i pezzi della colonna fossero ceduti a Lecce. Ciò nonostante, occorse ancora un anno
per veder concluso il trasporto.  Si dice che i brindisini ostacolarono a tal punto il lavoro dei
leccesi, che solo di notte fu possibile compiere la scellerata missione e portare quei rocchi in Lecce.
Eppure quella colonna era crollata più di un secolo prima e nessuno aveva mai pensato di tirarla su
nuovamente!
Ma la storia non finisce qui…

Ceneri alle ceneri

Una volta risolto il problema del trasporto dei rocchi , bisognò occuparsi di erigere la colonna. Fu
solo il 4 marzo del 1681 che si pose la prima pietra, e ci vollero i due anni successivi.  Ma
finalmente, nel 1684, da Venezia giunse a Lecce la Statua di Sant’Oronzo di rame. Per l’occasione
venne organizzata una grande festa e il 9 di luglio la Statua bronzea fu collocata sulla sommità della
colonna.
Per i cinquant’anni successivi, la statua di Sant’Oronzo vegliò sulla città di Lecce dall’alto della sua
colonna, ma evidentemente la storia non è ancora finita.  Infatti, nel 1737 in occasione dei
festeggiamenti in onore del Patrono, un fuoco pirotecnico finì sotto il braccio della statua.  La
statua, la cui anima era completamente in legno, ricoperto solo da un leggero strato di rame, prese
fuoco. Non ci fu niente da fare, l’incendio distrusse rapidamente la statua, tramutandola in cenere.
Ma, miracolo: la testa del santo rimase intatta! La gente incredula raccolse le ceneri e i tizzoni
ritenendoli delle reliquie miracolose.  E più d’un miracolo venne infatti attribuito a quelle ceneri,
che vennero vendute a peso d’oro, in barba ai precetti cristiani!

La nuova statua miracolosa

Nel frattempo però la colonna era rimasta sguarnita di una statua e così si provvide ad ordinare una
nuova statua a Venezia. Affinchè la nuova statua fosse aderente alla precedente, fu inviata a
Venezia la testa. Ma la nave su cui viaggiava la testa, attraversò una terribile che la spinse sino a
Ragusa, dove si sfasciò. I marinai riuscirono a salvarsi, ma il carico andò perduto, tutto tranne,
indovinate un po’, la testa di Sant’Oronzo.
Nonostante tutto, nel 1739 giunse da Venezia la nuova statua che venne posta con grande giubilo in
cima alla sua colonna.
Ma la storia della colonna e della statua non è ancora finita…

Libertè, egalitè… santitè

Nel 1799, l’anno noto alle cronache per la rivoluzione partenopea, nella piazza fu piantato l’albero
della libertà. Un albero di alloro. Da quest’albero spuntavano due aste. Su una vi era appesa una
“Berretta di panno rosso” e sull’altra una bandiera grande di tre colori: giallo, rosso e celeste.
La cosa non era ben vista dal potente clero cittadino, che decise di far estirpare l’albero. Ma perché
quella decisione fosse incontrovertibile, si chiese auto a Sant’Oronzo. Si fece credere alla
popolazione che la Statua di Sant’Oronzo si era mossa, che avesse voltato la faccia per non vedere
l’Albero della Libertà.
La trovata funzionò e così le autorità ne fecero tesoro e la utilizzarono altre due volte nel corso della
storia: in particolare nel 1848 e nel 1861 per scoraggiare l’attecchimento di movimenti
rivoluzionari.

Il gusto del raccontare

Ci auguriamo che abbiate gustato questa storia fatta di liti e miracoli, di santità e falsità, per
ricordare che una statua non è solo una statua ma porta con sé tante e tante storie.
E chissà che non ce ne siano ancora…