megaliti del salento

Megaliti del Salento: segni di una storia senza storia

Megaliti del Salento. Il Salento è una penisola estremamente pietrosa ed il Salentino ha avuto sempre un rapporto stretto con la pietra. E non è casuale che sia proprio questa terra uno dei siti più ricchi di monumenti di pietra: i megaliti.

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
disse per confortarmi: Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia.»
(Dante Alighieri, Divina Commedia – Inferno, VII, vv. 1-6)

Salento arcaico

Dolmen, specchie e menhir, centinaia sono i megaliti del Salento, monumenti che raccontano i misteri e le abitudini di culture antiche di cui ancora si ignora l’esatto significato. Non si conosce la funzione esatta di questi megaliti, alcuni pensano che siano legati a rituali funerari, altri a riti propiziatori per la semina e la raccolta, altri ancora a quelli per la fecondità oppure che fossero degli avanzati strumenti astronomici per studiare il cielo e identificare le stagioni. Alcuni azzardano anche l’ipotesi che i menhir fossero dei segnali di ipotetiche strade perché installati in particolari ed importanti percorsi e il loro orientamento poteva indicare la giusta direzione da prendere; queste pietre infatti non sono perfettamente dritte ma hanno una particolare inclinazione. Qualunque fosse la loro funzione pare che questi megaliti siano situati in zone particolarmente cariche di energia e che i nostri predecessori abbiano saputo “riconoscerle” in quanto più in armonia con la natura e i suoi cicli.

Differenza tra dolmen, menhir e specchia

Menhir è una parola che deriva dal bretone “men” e “hir” che significa lunga pietra, si tratta infatti di monoliti di grandi dimensioni ovvero di blocchi unici di pietra conficcati nel terreno. Hanno generalmente una forma squadrata e si possono trovare singoli oppure raggruppati e le loro misure possono variare notevolmente. Esempi di menhir si trovano in Africa, Asia, Europa occidentale e in particolare in Bretagna e nelle Isole Britanniche. In Italia li troviamo in Liguria, Sardegna, Piemonte e Puglia dove si ha la maggiore concentrazione nella zona del paese di Giurdignano, chiamato il giardino megalitico d’Italia, in cui ce ne sono ben 25.
I dolmen invece sono composti da più megaliti assemblati a portale, ci sono pietre conficcate a terra che sorreggono un lastrone più grande che funge da copertura. A questo monumento si pensa fosse attribuita la funzione di tombe o di are sacrificali in quanto dotati di fori e di scanalature nella pietra principale.
La Specchia (forse dal latino specula, punto per osservare) è un monumento la cui origini e destinazione sono tuttora avvolte dal mistero, le Specchie furono utilizzate, dal Medio Evo all’Età Moderna, fino al XVIII secolo, per osservare i due mari che lambiscono il Salento, mari che alimentavano il benessere con i traffici e i commerci, ma dai quali proveniva anche il terrore portato dai Saraceni e dai pirati. Sono enormi cumuli di pietre a secco, con un diametro che può raggiungere anche diverse decine di metri, realizzate per lo più su alture preesistenti. Questo ha portato ad attribuire alle Specchie la funzione di preistoriche torri d’avvistamento, anche se le loro dimensioni hanno sempre alimentato colorite leggende popolari.

I megaliti del Salento: ecco un percorso per scoprirli

Melendugno: il celebre Dolmen Gurgulante. Come tutti i Dolmen presenti sul territorio salentino, anche questo monumento rientra nella tipologia dei Dolmen semplici, ossia privi di tumulo di copertura, nelle sue vicinanze sono stati trovati reperti ascrivibili all’Età del Bronzo e all’Età del Ferro (X-IX secolo a.C.).

Calimera: Dolmen Placa, anche in questo caso si ha di fronte un Dolmen di tipologia semplice.

Zollino: Menhir della Stazione che, con i suoi 4,30 metri è tra i più alti e imponenti e il Menhir Sant’Anna, dal nome di una piccola chiesa ubicata poco fuori del paese.
Da segnalare la leggenda legata a questo monolite che, si dice, sia stato eretto in onore del grande capo di una tribù di guerrieri che avrebbe abitato queste zone. Si tratta dell’unico Menhir del Salento al quale sia stato attribuito un uso specificamente sepolcrale. Ancora un Dolmen al quale sarebbe stato attribuito il nome della campagna circostante, Dolmen Granzari appunto.

Martano: la Specchia dei Mori o Segla tu Demonìu e il Menhir Santu Totaru o del Teofilo.

Carpignano Salentino: Menhir Grassi, dal nome dell’omonima località. La pietrafitta più interessante di Carpignano è quella conosciuta con il nome di Staurotomèa o Croce Grande. Attorno a questo Menhir sono sorte alcune leggende.

Il Giardino megalitico di Giurdignano: giustamente considerato la capitale del megalitismo salentino, a causa dei numerosi Dolmen e Menhir presenti sia nell’abitato che nelle campagne.
Nel cuore del paese si trovano i Menhir San Vincenzo, poi il Menhir di San Paolo, Il Menhir Vicinanze 1, vicino al quale sono stati scoperti granai e il Menhir Vicinanze 2, posto su un banco roccioso. Inoltrandosi ancora nelle campagne, si giunge al Dolmen Stabile o Quattromacine, scoperto nel 1893. Tra i più importanti anche il Menhir della Madonna di Costantinopoli, i Dolmen Peschio, Orfine, Chiancuse, alcuni dei quali sono crollati a causa delle intemperie e dello stato di abbandono.

Minervino di Lecce: Dolmen li Scusi. Primo Dolmen ad essere scoperto in Puglia (dal Micalella nel 1867), deriverebbe il suo nome da scùndere, ossia nascondere in dialetto leccese, forse perché, secondo il suo scopritore.

Muro Leccese: il menhir la Croce di Sant’Antonio, il Menhir Trice, il Menhir di Miggiano, e il Menhir Giallini.

S. Vito ha una pietra forata

Ma c’è una pietra degna di attenzione perché parla un linguaggio chiaro e comprensibile. E’ una pietra che almeno una volta l’anno è meta di visite, se non proprio di pellegrini e devoti, come avviene in altri Santuari salentini, di persone che credono confusamente ad un suo magico potere.
Appena fuori dell’abitato di Calimera, un paesino di origine greca a 15 chilometri a sud di Lecce, ad est del cimitero, nei pressi del fondo detto Malakrito esiste una piccola cappella dedicata a San Vito, chiusa tutto l’anno. Intorno, piccoli apprezzamenti di terreno coltivati in massima parte a olivi e spesso a metà tra la campagna vera e propria e l’orto.
A pochissima distanza le querce di un bosco, del bosco di Calimera. Nell’interno della cappella, leggermente sulla destra, sporge dall’impiantito una grossa pietra calcarea. Su parte della superficie, tracce di colore di un dipinto difficilmente riconducibile ad un preciso momento storico e raffigurante forse l’effigie di San Vito.
Tutti gli anni, il giorno di Pasquetta, gli abitanti del vicino centro di Calimera andavano, e ancora vanno, a consumare la festa a “Santu Vitu”, come oggi si chiama volgarmente la località sopra descritta per via della cappella dedicata appunto a questo Santo. Si arrivava abbastanza presto di mattina e prima di dar sfogo al sollazzo, al gioco, al consumo delle vivande, tante e particolari, si entrava nella cappella; distrattamente ci si genufletteva abbozzando un fugace segno della croce e subito ci si accalcava intorno alla pietra, ” lisàri ” nel linguaggio grecanico, per passarci dentro. Alti, magri, bassi, grassi, giovani, vecchi, uomini, donne passavano tutti attraverso. Per assicurarsi la grazia “di star bene”, o di aver ricca figliolanza, scongiurae i pericoli del parto.

Culto della pietra per un rito arcaico

Le varie teorie correnti fanno procedere da centri del Mediterraneo Orientale e in modo particolare dall’ “area egea” la cultura e la religione megalitica, specialmente dell’area salentina. Religione remotissima centrata su una figura femminile divina: la Dea Madre che, connessa con la fecondità della terra, come dice Jesi, diveniva essenziale valore religioso con il nascere dell’agricoltura. In età neolitica la “dea della fecondità” era raffigurata in vari modi: nuda, accosciata e di forma rozza quasi aniconica, ma anche spesso rifinita e con i caratteri femminili riproduttori in evidenza. In epoca successiva tali caratteri appaiono attenuati ma l’immagine e spesso connessa con oggetti di culto: alberi, pilastri, animali domestici e selvaggi.
Non si può non pensare, messe in evidenza alcune caratteristiche di questa dea, ai rapporti con divinità posteriori: Demetra , Artemide o Diana ecc. Ma accanto ad una divinità dal significato e potere così largo, ìndice certamente di una società matriarcale, non sembrerebbe aver posto eminente alcuna divinità maschile, come invece avviene per le altre divinità posteriori sopra indicate.
E ancora, l’attraversare la pietra forata è uno scongiuro contro la morte. Essa infatti rappresenta il punto di congiunzione della circolarità del tempo. Attraversandola si supera il periodo critico, l’eventualità della morte, e si riconquista la vita, si ricomincia il ciclo dell’anno. La pietra forata è così il simbolo tangibile, l’altare vivente, il limite continuamente valicato tra ” prima ” e ” dopo “, tra passato e futuro.