favole lettura per bambini arteteca

Raccontare le favole: Artéteca per i più piccini

Tra i diversi generi narrativi con cui Artetéca si confronta non possono mancare le favole. Figlia della tradizione orale, ha da sempre, in tutte le culture ed in tutte le epoche, raccontato vizi e virtù, pregi e difetti, degli uomini, catalogandoli in caratteri universali vestiti con gli abiti e le parole dei diversi luoghi e tempi.

C’era una volta un re che disse alla sua serva
raccontami una favola e la serva incominciò e disse
c’era una volta un re che disse alla sua serva
raccontami una favola e la serva incominciò…

Da quando Shahrazād la elesse a strumento per avere salva la vita e, probabilmente, salvarla anche al suo re, sono molti gli autori che hanno cercato di sistematizzare, raccogliere, il grande patrimonio orale: da “Il ramo d’oro” di Frazer, alla raccolta di Favole di Esopo, e di Fedro, per arrivare a Calvino o Rodari.
Un universo simbolico che ci fa pensare all’infanzia ma che in realtà affascina, da sempre, i bambini di ogni età, perché chiama all’appello i bisogni ancestrali e spiega il mondo che ci circonda in una dimensione spazio-temporale avulsa dalle sovrastrutture psicosociali che a volte condizionano e confondono la nostra interpretazione del mondo.
Paola Santagostino, terapeuta e autrice del libro Guarire con una fiaba. Usare l’immaginario per curarsi, ne ha fatto uno strumento per tracciare il percorso di guarigione dei suoi pazienti.

La parola favola

Cominciamo da principio. Il termine italiano favola deriva dal termine latino fabula, derivante a sua volta dal verbo for, faris, fatus sum, fari = dire, raccontare. Il termine latino fabula indicava in origine una narrazione di fatti inventati, spesso di natura leggendaria e/o mitica. Va infatti specificato che con il termine favola, dai primi secoli d.C. fino alla fine del XVIII secolo, si qualificarono anche i miti.
La favola ha inoltre la stessa etimologia della “fiaba” (entrambe da fabula). Sebbene favole e fiabe abbiano molti punti di contatto, oltre alla comune etimologia, i due generi letterari sono diversi:

  • i personaggi e gli ambienti delle fiabe (orchi, fate, folletti, ecc.) sono fantastici, mentre quelli delle favole (animali con il linguaggio, i comportamenti e i difetti degli uomini) sono realistici;
  • la favola è accompagnata da una morale, un insegnamento relativo a un principio etico o un comportamento, che spesso è formulato esplicitamente alla fine della narrazione (anche in forma di proverbio); la morale nelle fiabe in genere è sottintesa e non centrale ai fini della narrazione.

La favola è un elemento ricorrente nella cultura di ogni paese: nasce dal piacere di raccontare, proprio dell’uomo, e rappresenta spesso la voce e le esperienze della gente umile. Le favole parlano dei vizi e delle virtù dell’uomo e vogliono sempre insegnare qualcosa, in modo semplice e ripetitivo. Come genere letterario, le favole più antiche sono quelle dell’Egitto e dell’India, dal contenuto avventuroso. Nella Grecia antica e a Roma era diffusa la favola con animali parlanti, definita esopica dal nome del leggendario inventore, Esopo. Dal mondo germanico medievale provengono i racconti con una forte componente magica e fantastica

Le antichissime origini

Se chiediamo a un anziano da chi abbia appreso le favole che conosce, ci risponderà di averle imparate da bambino dai suoi nonni, che a loro volta avevano ricordato i racconti uditi da piccoli. Le favole di oggi, in effetti, sono per la maggior parte uguali a quelle di ieri, e sono arrivate a noi anche attraverso la memoria di chi ha conservato i racconti delle generazioni precedenti. È quella che si chiama trasmissione orale, e che avviene a livello popolare. Sono storie che sottolineano i valori degli umili, ma anche i loro difetti e si concludono spesso con una morale o un proverbio.
Accanto a questa tradizione di origine popolare, fin dall’antichità la favola ha suscitato l’attenzione di scrittori e pensatori che da una parte raccolgono e utilizzano le favole popolari a loro note, dall’altra ne creano di nuove, dando vita a un vero e proprio genere letterario. In tutte le età e in tutti i paesi troviamo favole dai contenuti più disparati, tuttavia generalmente ogni cultura predilige un particolare tipo di contenuti e favole.
Alcune fiabe non sono altro che versioni regionali di opere ormai divenute dei classici della letteratura per l’infanzia: La Bella e la Bestia (Bellinda e il Mostro), I tre porcellini (Le tre casette, Le ochine), Barbablù (Il naso d’argento, Le tre raccoglitrici di cicorie), Cappuccetto Rosso (La finta nonna, Zio Lupo), Cenerentola (Grattula Beddattula), Biancaneve (La Bella Venezia), La bella addormentata (La bella addormentata e i suoi figli), Pollicino (Cecino).
Altre fiabe sono la rivisitazione di miti, come quello di Danae, di Perseo (con la Medusa e le Graie), di Ulisse e Polifemo.

Le favole esopiche: dalla parte degli umili

Nella tradizione occidentale la favola compare già nei primi testi greci a noi noti, impiegata per esemplificare un messaggio etico e sociale. Le origini della favola come genere letterario sono tuttavia legate alla figura, in parte leggendaria, di Esopo. Originario dell’Asia Minore, forse schiavo, Esopo è nell’immaginario antico il sistematore di un grande patrimonio di favole tramandate oralmente, alcune di origine orientale. I protagonisti sono perlopiù animali parlanti (a volte piante), più raramente figure umane. Gli animali delle favole esopiche hanno spesso caratteri e personalità fissi, ben delineati: il leone è coraggioso e superbo; l’asino ignorante e maldestro; la volpe astuta e imbrogliona; la formica leale e laboriosa. Queste figure animali sono allegorie dei vizi e delle virtù dell’uomo: ogni favola si conclude, infatti, con una frase breve e incisiva (a volte un proverbio) in cui si propone un insegnamento morale. Numerosissime sono le favole esopiche ancora oggi prese a esempio e ben note ai lettori di ogni età: La volpe e l’uva, Il lupo e l’agnello, La cicala e la formica.
La tradizione di Esopo viene ripresa, nel mondo romano, da Fedro, che traduce le favole greche e ne aggiunge altre, sottolineando il tema, sociale e politico, del rapporto tra umili e potenti, in racconti che esaltano l’astuzia e la destrezza, sempre dalla parte degli umili. Grazie agli imitatori di Fedro, perlopiù anonimi, la favola esopica attraversa tutto il Medioevo cristiano e arriva all’età moderna: il francese Jean de La Fontaine, nel 17° secolo, ne rinnova l’arguzia e la leggerezza.

Da Oriente a Occidente, da Settentrione a Meridione

L’Oriente, dall’Egitto all’India, passando per i paesi arabi, vanta una delle tradizioni più antiche del genere favolistico. Già sulle tavolette babilonesi e sui papiri egiziani di più di duemila anni prima di Cristo si leggono raccolte di favole incentrate sulla fortuna, sulle virtù o i vizi umani: molte passano già nell’antichità, attraverso i racconti di mercanti e viaggiatori, nel mondo greco, e di qui nella tradizione europea.
Ma è a partire dal Settecento che cominciano a circolare, in Europa, nuove raccolte di favole. L’esempio delle favole di La Fontaine è ripreso in Germania, in Russia e in Italia. Durante il Settecento e l’Ottocento troviamo, in Italia, una nutrita schiera di favolisti, come Tommaso Crudeli, Giambattista Casti, Lorenzo Pienotti.
Nel Novecento, la tradizione della favola vera e propria è stata ripresa in dialetto romanesco dal poeta Trilussa, mentre, più di recente, Gianni Rodari nelle Favole al telefono (1961) ha rinnovato la funzione educativa della favola con i suoi consigli e ammaestramenti finali. Sempre di Rodari è l’Enciclopedia della favola, dove sono raccolte favole di tutto il mondo, dalle russe alle africane.
E poi c’è Fiabe italiane, di Italo Calvino uscita nel 1956, il titolo completo dell’opera, che ne chiarisce la natura, è Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino.