castello carlo V Lecce

Castello Carlo V a Lecce: le donne che lo hanno abitato

Il Castello Carlo V di Lecce tra il fruscio delle vesti delle regine che lo hanno abitato.

“E’ come gli scacchi, si sa. La regina salva il re.”
(Terry Pratchett)

La storia dei monumenti viene spesso raccontata ricordando le grandi figure maschili che li hanno voluti, eretti, abitati, conquistati. ma, come accade oggi, anche la vita di questi grandi personaggi storici era un intrecciarsi di relazioni a volte volute, cercate, altre volte imposte dalle logiche politiche e di potere, per garantire il possesso o l’allargamento dei propri possedimenti, del proprio regno.
Capita così che, nel ripercorrere le diverse epoche del Castello Carlo V di Lecce, ci imbattiamo nelle donne che lo hanno abitato e che di quel luogo, come di Lecce e del territorio salentino, ne hanno determinato la storia. Donne che spesso sognavano un’altra vita, altre che, al contrario, avrebbero desiderato un potere pari a quello degli uomini, storie nella storia, come sempre.
Costruito nel XII sec. d.C., come attestano gli scavi nel cortile, il castello di Lecce è noto ai turisti che visitano la città – e agli stessi leccesi – con il nome di Castello di Carlo V poiché la sua definitiva e attuale configurazione è il risultato della ristrutturazione cinquecentesca ordinata dal sovrano spagnolo.

Le donne del Castello Carlo V di Lecce

Dal sogno monacale a madre stratega: Costanza D’Altavilla nel Castello Carlo V

Costanza D’Altavilla (1154-1198), è la prima che incontriamo. Ultima della dinastia normanna degli Altavilla, fondatrice della Contea di Lecce, sposò Enrico VI, Re di Germania ed Imperatore. Tramite questa unione i domini dei Normanni passarono in mano agli Svevi. Poco conosciamo della vita di Costanza prima del matrimonio con Enrico; pare che in gioventù fosse entrata in convento desiderando una vita monastica. Non abbiamo di questo un reale riscontro se non nel fatto che a trent’anni era ancora nubile, cosa che, per una principessa del suo rango, non era sicuramente usuale. Madre di Federico II la cui nascita era sicuramente molto importante per la successione, fu avvolta da una serie di dicerie e illazioni: si diceva che Federico fosse l’Anticristo, che una leggenda medievale sosteneva nato da una vecchia monaca (lo ebbe in tarda età, 40 anni, e ricordiamo i suoi anni in convento). Molti, addirittura, non credevano alla gravidanza di Costanza perché troppo avanti negli anni e fu, per questo, allestito il baldacchino al centro della piazza, in modo che Costanza partorisse pubblicamente e nessuno potesse mettere in dubbio la legittimità della nascita di Federico. Donna lungimirante, conosceva le regole dell’ambiente e le mire al regno, di certo non si lasciò intimorire da tutte queste dicerie, tanto che, alla morte di Enrico nel 1197, Costanza, reggente del regno, decise di trasferirsi con il piccolo Federico a Palermo e, astutamente, prima di morire, mise il proprio figlio sotto la tutela di Papa Innocenzo III. Questo le consentì di ottenere l’incoronazione di Federico nel 1198 quando il bambino aveva solo 4 anni. Costanza abbinò sempre al suo nome quello di Federico e si mostrò capace di gestire una forte ed efficiente amministrazione. Morì a 44 anni e fu sepolta con grandi onori nella Cattedrale di Palermo, dove ancora oggi è possibile visitare la sua tomba.

Maria d’Enghien: donna guerriera e regina per sua volontà

E poi arriva lei, Maria d’Enghien (1367- 1446), viva nella memoria di questa città. Nel 1268 con la Battaglia di Tagliacozzo le proprietà degli Svevi furono affidate a principi francesi fedeli al sovrano angioino. La Contea di Lecce verrà governata prima dalla famiglia dei Brienne e poi da quella degli Enghien. Figura chiave nel passaggio da una dinastia all’altra è il personaggio di Maria, ricordata a Lecce, ma anche altrove, con affetto e benevolenza. Un grande modello di donna, sposa devota, madre affettuosa, oltre che contessa, regina, guerriera, mecenate e avveduta amministratrice della giustizia e della cultura salentina. Nel 1384, a soli 17 anni, a causa della morte del fratello Pietro, divenne Contessa di Lecce. Nei contrasti che sconvolgevano il Regno di Napoli, Maria decise di schierarsi contro il re Carlo III d’Angiò Durazzo, dalla parte di Luigi I d’Angiò, Re di Francia. Quest’ultimo volle darla in sposa ad un suo fidato alleato. Fu così che nel 1385 sposò Raimondo Orsini Del Balzo, anche conosciuto come Raimondello, conte di Soleto e Principe di Taranto. Le proprietà dei due sposi, grazie soprattutto ai territori che la contessa portò in dote, arrivarono a comprendere le attuali province di Taranto, Brindisi e Lecce, unificando l’intero Salento in uno dei feudi più grandi e importanti d’Italia. Rimasta vedova nel 1406, Maria subì a Taranto l’assedio posto dal re di Napoli Ladislao I d’Angiò, detto il Magnanimo. Maria guidò la resistenza della città ma dopo alcuni mesi accettò la proposta della diplomazia nemica e sposò Ladislao nel 1407 nella cappella di San Leonardo del castello aragonese di Taranto. Nonostante i suoi alleati le consigliassero di rifiutare il matrimonio, data la precoce e misteriosa morte delle precedenti mogli di Ladislao, Maria rispose “non me ne curo, ché se moro, moro da regina”. Avvenute le nozze si recò quindi, da regina, a Napoli. Qui, nonostante fu ben accolta dalla cittadinanza, non ebbe rapporti sereni con il marito e fu costretta a convivere con le numerose amanti di lui. Morto Ladislao nel 1414, il regno passò alla cognata Giovanna II, a lei avversa, che arrivò crudelmente ad imprigionarla. Liberata successivamente da Giacomo della Marca, nel 1415, tornò in possesso della contea di Lecce ed ottenne nel 1420 il principato di Taranto per il figlio Giovanni Antonio. Durante questi anni Maria fu sempre accanto al figlio e se egli poté interessarsi totalmente degli avvenimenti bellici ciò gli fu permesso grazie alla diplomazia e al prestigio che la regina mostrò nella guida politica e amministrativa del suo “regno nel regno”. Trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi al suo popolo, ad opere d’arte e di fede e morì a Lecce il 9 maggio 1446, dove fu sepolta con grandi onori e fasto nell’antico monastero di Santa Croce, in un catafalco con un’arca mortuaria che riproduceva Maria e che contornava l’immagine della bella contessa con i simboli delle quattro virtù cardinali e delle tre virtù teologali, quasi a tramandare ai posteri non solo l’immagine del suo piacevole aspetto fisico, ma anche e soprattutto le sue doti di instancabile propugnatrice di fede e carità cristiane.

Isabella di Chiaromonte: la femminilità e l’intelligenza al fianco del proprio uomo

Isabella di Chiaromonte (1424-1465), nipote di Maria D’Enghien, Isabella fu principessa di Taranto e Regina Consorte di Napoli. Figlia di Tristano di Chiaromonte, conte di Copertino e di Caterina di Taranto, sorella di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, da cui Isabella fu nominata erede. Probabilmente nacque nel castello di Copertino e forse, da orfana, fu affidata alla custodia della nonna Maria d’Enghien vivendo a Lecce e successivamente a Taranto. L’equilibrio politico di Alfonso I d’Aragona, re di Napoli, e quello di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, potente signore del grande Principato di Taranto, coinvolse Isabella nelle strategie di consolidamento della sempre precaria pace tra il re e i baroni del regno. E così, una domenica del mese di maggio del 1445, Isabella sposò Ferdinando d’Aragona, duca di Calabria, figlio bastardo di Alfonso, così che il Regno di Napoli potesse inglobare uno dei feudi più grandi e importanti. Isabella viene descritta come una bellissima fanciulla, di indole docile e molto devota. Il suo matrimonio, come spesso accadeva a quei tempi, non dovette essere semplicissimo, tra le molte amanti e i figli bastardi di Ferdinando. A lui diede, a poca distanza l’uno dall’altro, sei figli, prendendosi cura della loro crescita e della loro educazione. Alla morte di Alfonso, Isabella, ormai regina di Napoli, tra il 1458 e il 1462 divenne protagonista di rilievo della resistenza aragonese-napoletana contro gli angioini e i baroni ribelli, tra i quali primeggiava suo zio Giovanni Antonio Orsini del Balzo. Strappata alla tranquilla vita di sposa e di madre, rivelò le sue qualità eccezionali, che la rendevano veramente degna di essere regina: energica e previdente, risoluta e fiera, fu l’alter ego del marito, che dovette in gran parte al suo aiuto la conservazione del regno. Le cronache antiche riportano chiaramente il rapporto tra zio e nipote. È lui che a un messo inviatogli da Isabella, risponderà: “Dicate ad mia nepote che quanta miglia sono de Sarno in Napoli tano farrò stare ad pigliare lo reame et ipsa è regina et morerà regina“. Si narra di una missione segreta al castello di Sarno, in cui Isabella, travestita da frate francescano e accompagnata dal suo confessore, pregò lo zio con tale affetto perorando la causa del marito, che lo convinse, consentendo a Ferrante di risollevarsi dalla sconfitta e salvare la corona. Isabella morì il 30 marzo del 1465 e fu sepolta nella chiesa di San Pietro Martire a Napoli. Il visitatore che volesse entrare nella chiesa, ora cappella universitaria, restaurata più volte nel corso dei secoli, nella parte superiore di una cappella di epoca successiva a quella di Isabella, potrà leggere il seguente epitaffio: “Alle ossa e alla memoria di Isabella Chiaromonte, regina di Napoli prima moglia di Ferdinando…o fatum quot bona parvulo saxo conduntur“. Il figlio di Isabella, Alfonso d’Aragona, già duca di Calabria, che nel 1463, alla morte di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, aveva ereditato dallo zio alcuni dei suoi possedimenti, ereditò anche quelli della madre, tra cui il diritto al trono di Gerusalemme. In Salento Alfonso è conosciuto soprattutto per aver liberato la città di Otranto dall’assedio dei Turchi nel 1481.

Giovanna “La Pazza”: la via di fuga da una vita non voluta

Giovanna “La Pazza” (1479-1555), madre di Carlo V. Chiudiamo con una figura forse più fragile, se la consideriamo dal punto di vista del potere, forse più forte se proviamo a pensare che abbia trovato una via per sopravvivere ad una vita costantemente guidata e gestita dagli uomini della sua famiglia, padre, marito e figlio.
Con Ferdinando II di Aragona, detto il Cattolico, Napoli e il Meridione persero totalmente l’indipendenza diventando un possedimento diretto dei sovrani spagnoli. Ed è in questo momento che incontriamo un’ interessante personaggio femminile della casata aragonese di Spagna conosciuta come Giovanna “La Pazza”. Giovanna di Trastamara o Giovanna di Aragona e Castiglia, figlia di Ferdinando II, re di Sicilia e re della corona d’Aragona e futuro re dell’Alta Navarra, e della regina di Castiglia e Leon Isabella, passò alla storia come Giovanna “La Pazza”, a causa della sua reale o presunta follia. Oggi si sotiene la sanità mentale di una infelice regina sacrificata, come molte altre donne nel mondo antico e moderno, alla ragion di Stato dalle forti figure maschili di cui la vita di Giovanna fu contornata, il padre prima, il marito poi ed in ultimo il figlio. Giovanna crebbe nel restrittivo ambiente cattolico della corte spagnola e già in giovane età manifestò ripulsa per quel clero responsabile di processi e roghi, rivelando un deciso spirito di opposizione e indipendenza all’uso materno della religione. Il carattere turbolento e poco ortodosso di Giovanna face si che la madre la considerasse quasi eretica e quindi non nel pieno delle sue facoltà mentali. Forse per questo Giovanna vide nel matrimonio con Filippo d’Asburgo, detto Filippo il Bello, una via verso la libertà, cosa che fomentò l’amore verso il marito. Secondo un preciso piano politico i Reali Cattolicissimi di Spagna diedero infatti Giovanna in matrimonio a Filippo, secondo figlio dell’imperatore Massimiliano I. In questo modo il loro erede avrebbe avuto un impero vastissimo. Nel 1504 Isabella stabilì nel proprio testamento che alla propria morte Ferdinando avrebbe dovuto restituire la corona alla figlia Giovanna, andando così a intralciare il grande progetto politico del Re d’Aragona. Ferdinando riuscì a tenere la reggenza del regno di Castiglia sfruttando le accuse di follia rivolte alla figlia. Filippo, interessato al trono che spettava alla consorte, non accettò la decisione di Ferdinando, arrivando quasi allo scontro armato. Di lì a poco arrivò, improvvisa, la morte di Filippo, nel 1506. Iniziò qui la grande tragedia di Giovanna: alcuni studiosi sostengono che il grande amore che Giovanna provava per il marito la fece entrare in uno stato di morbosa malinconia che presto degenerò in pazzia e per questo fu trattenuta fino alla morte nel castello di Tordesillas. Sappiamo infatti che il padre iniziò a lamentare presso varie corti questa demenza della figlia causata dalla morte dell’amato diffondendo anche dicerie riguardo strani comportamenti verso il feretro del marito. Ma anche con il figlio la sua sorte non mutò: Carlo temeva le idee poco convenzionali di Giovanna e, come ai suoi predecessori, l’accusa di demenza poteva risultare utile a fini politici. Pose allora la madre sotto la protezione del marchese di Denia, che come il predecessore Ferrer, che vantava di aver sottoposto su ordine di Ferdinando la regina alla cuerda, fu un feroce aguzzino. Nonostante Giovanna si mantenne sempre fedele al figlio, anche durante la sua liberazione durante la rivolta dei Comuneros, quando Giovanna, dimostrando una estrema lucidità e sanità mentale, non accettò mai di avvallare la rivolta. Non venne però per questo ricompensata in quanto Carlo, sedata la rivolta restaurando l’ortodossia religiosa più conformista, ricacciò la madre nel Castello di Tordesillas, forse in una prigionia ancora più crudele della precedente sempre sotto la custodia del perfido Denia. La libertà per Giovanna arriverà solo con la morte, il 12 aprile del 1555, dopo aver rifiutato per l’ennesima ed ultima volta i sacramenti e dopo ben 35 anni di prigionia nel Castello di Tordesillas. Fu sepolta nella Cappella Reale della Cattedrale di Granada insieme al marito, Filippo, e ai Re Cattolici, Ferdinando e Isabella. A pochi mesi dalla sua morte il figlio, Carlo V, abdicherà e morirà tre anni dopo nel Monastero di Yuste. Ancora oggi viene ricordata come Giovanna La Pazza, ma forse più che pazza era solo, come molte altre donne della sua epoca, una vittima, utilizzata, per tutta la sua vita, come un mero strumento politico, dal padre, dal marito e infine dal figlio.

Le diverse anime del Castello Carlo V di Lecce

Il percorso tracciato dalle poche note che abbiamo indicato per ogni singola regina ci raccontano di successioni nobiliari e di regni e regnanti diversi per provenienza geografica ed impostazione politica. Il Castello Carlo V a Lecce ben rappresenta le diverse anime che hanno abitato questa terra e a guardarli e narrarli dalle vite delle loro regine è come entrare nelle giornate in cui le azioni dei sovrani erano ancora ipotesi da valutare; è come intrufolarsi nelle stanze dove si sta decidendo quello che verrà scritto nei libri di storia. E ne sentiamo i moti degli animi che scrutano tra le possibilità diverse, per trovare la più vantaggiosa, la più giusta o la più gloriosa. Là dove voci di donna bisbigliano, suggeriscono, dichiarano, proclamano, gridano.