Acaya, in cerca di storie

Dove ci porta il nostro viaggio in cerca di storie? Ad Acaya

C’ è un periodo storico, di Puglia e Salento, meno raccontato ed è quello che dal medioevo arriva al rinascimento, soprattutto nella provincia. Eppure grandi e nobili casati in questa terra hanno costruito ed abitato magnifiche residenze.
Se cerchiamo un modello esemplare per raccontare quei secoli senza dubbio ci dirigiamo verso Acaya, frazione di Vernole, unico esempio nell’Italia meridionale di città fortificata.
Una storia familiare che ha determinato e definito per sempre l’immagine di questo borgo posizionandolo, in un lembo di terra, come un prototipo da visitare ed abitare per il tempo necessario alla sua conoscenza e poi farlo tornare piccolo borgo, silenzioso e compiuto, quasi sospeso nella storia.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie,

ma la risposta che dà a una tua domanda.
(Italo Calvino)

La storia di Acaya

Come è noto la famiglia Dell’Acaya prese possesso del Feudo di Segine, (come allora era chiamata Acaya) nel 1294 ,grazie alla donazione a Gervasio Dell’Acaya da parte di Re Carlo D’Angiò per meriti di guerra. Il Feudo di Segine in quel tempo aveva giurisdizione su Vanze, Strudà, Acquarica, Pisignano, Vernole, Galugnano e Sternatia.
Lo scopo primario era di costruire una fortezza che fosse posta tra la costa adriatica e Lecce, come prima difesa dagli attacchi dei saraceni.
La famiglia Dell’Acaya rimase nel feudo per più di trecento anni e addirittura la rinominarono con il loro nome nel 1535,grazie al loro erede più noto, il barone e architetto militare Giovan Jacopo Dell’Acaya.
Il motivo per cui persero la loro creatura più bella, fù a causa di una fidejussione sottoscritta dal barone Giovan Jacopo,a favore del fiorentino Roberto Pandolfini che poi risultò insovente con il Regio Fisco. Nel corso degli anni successivi,il barone fù costretto a vendere i casali di Vanze, Acquarica,Pisignano e Vernole e persino gli arredi presenti nel castello.
Nessun avrebbe immaginato che un genio, erede di una nobile famiglia di stirpe guerriera, che aveva pensato e costruito la prima cittadella fortificata d’Italia e difeso Roca , Otranto e Lecce dalle incursioni saracene, potesse fare una fine così indecorosa,venendo successivamente incarcerato per debiti nelle galere del castello di Lecce,che lui stesso aveva progettato e dove morì nel dicembre del 1570.
Dopo la morte di Giovan Jacopo,l’ultimo della stirpe a possedere Acaya fù il figlio Anton Francesco, IX ed ultimo barone di Acaya, che sopraffatto dai debiti dovette cedere il feudo al Regio Fisco nel 1608.
Nello stesso anno il feudo venne rilevato dai marchesi Delli Monti per 13.820 ducati, ma la famiglia Dell’Acaya rimarrà legata indissolubilmente a questa terra e alla sua cittadella, di cui porterà per sempre il proprio nome,come cita l’epigrafe in latino posta alla destra della Porta di ingresso:
Sotto l’auspicio di Carlo V,Giovan Jacopo Dell’Acaya,cinse di mura questa fortezza,una volta villaggio dei suoi avi,la restaurò,la decorò di edifici pubblici e privati e la chiamò Acaya dal suo nome che,a Dio piacendo,rinnoverà nelle terre salentine il nome dell’antica Acaya di Grecia,da cui i propri avi giunsero in Gallia e poi in Italia
L’opera fù compiuta

Acaya: Cittadella fortificata

Il borgo di Acaya fu integralmente ristrutturato, fortificato e riordinato urbanisticamente dall’architetto militare Gian Giacomo dell’Acaya. Dal 1521 al 1535 le opere difensive del borgo, iniziate dal padre Alfonso alla fine del secolo precedente, furono portate a termine; successivamente furono completate la Chiesa e il Convento di Sant’Antonio, destinato ai Frati Minori.
Ordine estetico ed ottima visibilità difensiva con il centro storico costituito da sei strade tra di loro parallele che vanno in direzione sud-nord che hanno tutte la larghezza di 4 metri, uguale distanza (17 metri) e quasi tutte la medesima lunghezza. In direzione est-ovest vi sono tre assi perpendicolari alle vie parallele, due all’estremità ed uno nella parte centrale che divide il centro storico in due parti. Di forma quadrangolare, il borgo è racchiuso da una cinta muraria con tre imponenti bastioni angolari ed il poderoso castello, interrotta dalla porta urbica di Sant’Oronzo. Il castello è arricchito da baluardi con fianchi ritirati per il tiro radente delle artiglierie. La cinta muraria eseguita con blocchi di pietra leccese, si eleva scarpata fino al toro marcapiano che l’avvolge per tutto il perimetro e, al di sopra, prosegue verticale seguendo l’andamento delle cortine fino ad innestarsi nelle torri angolari. Il fossato è scavato nel banco di roccia calcarenitica.
Alla cittadella si accede attraverso una porta realizzata nel 1535 che costituisce l’ingresso principale. È a fornice unico e conserva ancora, all’interno degli stipiti, gli incassi litici del portone. La facciata è arricchita dalla presenza di vari stemmi e lapidi (Acaya, Vernazza, De Monti) sormontati dalle insegne imperiali di Carlo V. Il fastigio della porta è sormontato da una statua lapidea di sant’Oronzo protettore di Acaya collocatavi in epoca settecentesca.

Il Castello di Acaya, anima della città

Tale imponente opera rappresenta il frutto dell’ingegno architettonico di Gian Giacomo dell’Acaya, regio ingegnere militare di Carlo V. Lo scopo che lo indusse a fortificare il vecchio borgo di Segine, poi rinominato Acaya dal nome della sua famiglia, scaturiva dall’idea secondo cui esso poteva svolgere funzioni difensive, essendo vicino al mare. Il castello, risalente al 1535/36, ha una struttura trapezoidale circondata da mura a sagoma rettangolare e da un fossato. Esso occupa un angolo delle mura cittadine mentre agli altri tre angoli sono situati i bastioni.
All’interno si accede attraverso una porta rinascimentale situata a fianco della torre di nord-est. Il cortile interno ricalca lo schema esterno e da qui si ha accesso alle sale coperte a botte o a crociera, alle carceri e all’ampia scuderia situata aul lato ovest: all’interno di quest’ultima è possibile notare la presenza di resti di un frantoio in pietra costruito alla fine del XIX secolo e poi smantellato. Da una scala posta nel cortile si accede al piano superiore riservato a dimora gentilizia. Degna di nota è l’elegante sala ennagonale, usata per scopi residenziali, nella quale spicca la presenza di un fregio figurato che copre l’intero perimetro della sala, contenente anche le effigi di Alfonso e Maria dell’Acaya.
Nel corso della ristrutturazione del castello, dal lato nord dell’antico maniero sono affiorate le tracce di una costruzione di epoca medioevale poi rivelatasi una piccola chiesa bizantina e sotto di essa alcune sepolture. Durante i lavori di restauro è stato ritrovato anche un affresco all’interno di una intercapedine. Si tratta di una Dormitio Virginis databile alla seconda metà del Trecento, estesa circa quattro metri per tre. La raffigurazione, perfettamente conservata, rappresenta gli Apostoli che assistono alla morte della Vergine e Gesù che ne raccoglie l’anima per presentarla al Padre, secondo la tradizione iconografica che fa riferimento ai Vangeli apocrifi.

Gian Giacomo dell’Acaya e la sua genialità

Da buon militare il barone Gian Giacomo dell’Acaya riuscì a sventare una battaglia con la nota disfatta avvenuta con una partita di scacchi
Le radici storiche della partita per la prima volta, risalgono intorno al 1535 quando il barone Giovan Jacopo dell’Acaya, regio ingegnere militare e signore del piccolo borgo, fortificato per conto dell’imperatore Carlo V, vedendo minacciate le coste del proprio feudo dalle navi dei turchi ottomani lanciò una sfida a scacchi, nobile gioco nel quale era espertissimo, al comandante delle orde turche: il vincitore avrebbe ottenuto in premio il Castello e l’intero feudo senza spargimento di sangue. Il barone vinse la sfida e da allora, ogni estate, tutte le attività venivano interrotte per qualche giorno per dare una grande festa in onore dei Magistrati cittadini. In quei giorni di festa i nobili, le dame, i cavalieri, i musici e tutti gli abitanti del borgo scendevano nelle strade e nelle piazze per salutare e ringraziare il loro signore, assistere ai tornei equestri, di abilità e caccia indetti per l’occasione, ma soprattutto per cercare di partecipare, o quantomeno assistere, alla “Grande disfida”, ovvero la partita di scacchi con pedine viventi disputata davanti al Castello.
Da qualche anno gli operatori turistici del territorio hanno ripreso questa antica usanza ricostruendo l’atmosfera del tempo con un corteo storico ed una partita a scacchi vivente.

Un’altra valigia è piena di personaggi, parole, storie, che Artetéca intreccerà con gli elementi e gli strumenti che raccontano la storia di un territorio unendo i pezzi del puzzle che lo compongono.