comunità ebraica a Lecce

La comunità ebraica a Lecce: una storia da scoprire

La storia della comunità ebraica a Lecce è parte della più ampia storia di spostamenti, migrazioni, che hanno creato e determinato il mondo che viviamo. Non ci sarebbe pressoché nulla di quello che abbiamo se fossimo tutti rimasti isolati nei nostri piccoli universi. Ed ogni migrazione, ogni spostamento nasce da una Storia e arriva a noi portatrice di mille storie, una per ogni individuo che incontriamo

…Mio fratello che guardi il mondo
e il mondo non somiglia a te
mio fratello che guardi il cielo
e il cielo non ti guarda.

Se c’è una strada sotto il mare
prima o poi ci troverà
se non c’è strada dentro al cuore degli altri
prima o poi si traccerà. …” (I. Fossati)

 

Gli ebrei della Shoah, dai campi di concentramento ai DPC del Salento

Così fu pure per gli ebrei arrivati in Salento dopo la guerra, di cui portavano i segni indelebili, le cicatrici della Shoah, privati di ogni forma di dignità e dell’affetto dei propri cari. I loro racconti fungono da legante con la popolazione locale che dopo un primo e breve periodo di diffidenza concede agli ebrei la possibilità di integrarsi. Tutti i testimoni dell’epoca ricordano gli ebrei come brave persone, anche se non mancarono piccoli e circoscritti episodi di incomprensione e scontri. Il clima teso e rigido della guerra non rendeva semplice la vita a nessuno: impossibilità ad andare a pesca in mare, viveri razionati e scarsa reperibilità del grano per il pane, spesso allungato con la terra. Il pane degli ebrei invece era bianco e tenero. E spesso era proprio questo bene dall’inestimabile valore a divenire fonte di baratto con favori e prodotti per altre necessità, da parte dei salentini.
E, come la storia ci insegna da sempre, quell’incontro di vite semplici e dure portò allo scambio, all’incontro, al mescolarsi, passando dal mutuo soccorso, allo scambio, attraverso i loro mercati, elemento che connota la predisposizione al fare, al commercio, ali affari, per arrivare alle storie d’amore che nascevano e portavano a matrimoni misti.
Una storia per tutte quella degli ebrei a Nardò, oggi nota a tutti con il suo murales che racconta il ponte che lega il passaggio dal Salento alla terra promessa. L’accoglienza che ebbero gli ebrei qui ha determinato nel 2005 la concessione alla città, in rappresentanza di tutte le altre, della medaglia d’oro al valore civile.
In quegli anni, la requisizione di ville signorili nelle principali località balneari di Tricase Porto, Santa Cesarea Terme, Santa Maria di Leuca, Santa Maria al bagno e Santa Caterina permise l’organizzazione e l’allestimento dei Displacement Person Camps, sotto la diretta gestione dell’UNRAA costituita a Washington nel novembre del ’43, dove vennero inizialmente accolti profughi serbi, croati, slavi e dal 1945 anche ebrei.

Un popolo e la sua diaspora

Il popolo ebraico, fin dai tempi di Abramo non ha avuto vita facile. Allontanato dalla sua terra d’origine e disperso nel mondo sin dall’VIII-VI secolo a.C. in quel capitolo della storia che parla di Diaspora ebraica. Una persecuzione che sembra non abbia mai abbandonato questo popolo indipendentemente dai secoli, dal contesto politico ed economico dei paesi in cui decidevano di stanziarsi. Hanno sempre dovuto fare i conti con la “tipica” paura di chi non ti conosce o riconosce come suo simile.

La comunità ebraica a Lecce e provincia

Una storia che, nel Salento si ripeteva, perché in passato gli ebrei erano già arrivati, principalmente ad Alessano, dove formarono una comunità sufficientemente numerosa da richiedere e ottenere la costruzione di una sinagoga. Inizialmente accettati e fatti inserire senza problemi nella comunità, in nome delle radici religiose che accomunano entrambe le culture, per poi essere “temuti” quando cominciarono ad occupare cariche di maggior prestigio. Il livello di intolleranza si spinse fino agli alti vertici e, nel 1539, il re Carlo V, contrariamente a quanto avevano fatto i suoi predecessori che offrirono protezione incondizionata al popolo emarginato, decise di scacciarli dal regno. Quarant’anni più tardi però, Filippo II cercò di ristabilire il clima di pace e tolleranza instauratosi con il popolo ebraico a patto che fosse relegato ai confini dei centri abitati, nei ghetti. Una convivenza che durò fino al 1749, quando vennero definitamente espulsi, lasciando in eredità agli alessanesi il soprannome di sciudei (giudei).
Non meno forte la presenza della comunità ebraica a Lecce, dove tuttora vivono i discendenti di antiche famiglie. Testimonianze della presenza di Ebrei a Lecce si hanno con certezza sin dall’età medievale, ma forse sono perfino antecedenti. Vi sono tracce dell’esistenza di almeno una sinagoga nei pressi del Duomo dove tuttora esiste via della Sinagoga e il rione cosiddetto “te li pili bianchi” in riferimento alle barbe bianche delle persone ebree.
Si può supporre, da ricerche effettuate e documenti, anche l’esistenza di un’area dove gli ebrei svolgevano il mercato, corrispondente all’attuale superficie del Palazzo dei Celestini e della Chiesa di Santa Croce. Gli Ebrei presenti a Lecce svolsero lì il mercato fino all’insediamento dei Celestini, costretti al trasferimento in quella zona della città dopo essere stati cacciati a loro volta da Carlo V che nell’area dell’antica residenza dei Celestini volle costruire il Castello.

Se è l’altro a farci paura è perché abbiamo paura di noi stessi e ci priviamo, nel rifiuto, la possibilità di vedere oltre i nostri confini, di arricchire la nostra crescita.
Un confine deve servire a guardare l’orizzonte curiosi di sapere e conoscere cosa c’è al di là.